Oggi abbiamo il piacere di aver potuto parlare un po’ in questa quarantena con il nostro mister Filippo Raciti!
“Salve mister, la prima domanda è: cosa ha pensato quando ha ricevuto la chiamata da parte della dirigenza rossoblù per venire ad allenare il Modica?”
“Io ero già stato qui e quindi conoscevo già la piazza. Onestamente la chiamata del Modica non passa mai inosservata e non c’è differenza con l’esperienza da calciatore perché si parla di una squadra di un certo spessore sia per la Sicilia sia per il campionato che si doveva andare a fare. Quindi sicuramente mi ha fatto un enorme piacere poter tornare a dare un aiuto alla causa del Modica Calcio”.
“Lei, come detto, nel 2011/12 ha vestito la maglia rossoblù. Quali ricordi porta di questa esperienza e quali persone le sono rimaste particolarmente impresse?”
“Da calciatore a Modica ricordo che fu una stagione abbastanza strana perché vi fu un cambiamento di società a stagione in corso e questo sicuramente un po’ rende tutto più difficile. Ci volle più lavoro, più impegno per conquistare una salvezza quasi inaspettata. Nel girone di andata ci trovavamo nelle zone più basse della classifica, ma alla fine con molta dedizione riuscimmo a salvarci vincendo i play-out e concludendo nel modo penso migliore possibile la stagione. Per quanto riguarda le persone, ricordo il mister Sardelli, un ragazzo molto preparato e come compagni di squadra ricordo bene Nicola Polessi e Gianluca Filicetti, soprattutto quest’ultimo che fino alla scorsa stagione è stato un mio calciatore e quindi sono persone che mi rimangono un po’ più nel cuore per il cammino calcistico e non solo”.
“Ha citato due dei suoi ex compagni di squadra. Chi pensa sia stato il calciatore più forte con cui ha avuto il piacere di giocare o di allenare?”
“Io ho avuto la fortuna, sia da calciatore che da allenatore, di far parte di gruppo molto importanti e quindi è difficile poterlo dire. Poi ci sono giocatori che hanno determinate caratteristiche e attirano più di altri, molte volte in base anche al modo che si ha di vedere il calcio. Quindi può rimanere in mente un calciatore più aggressivo o più dotato tecnicamente e personalmente non ho un ‘pupillo’. Posso però dire che senza dubbio qualunque giocatore con cui abbia giocato e che abbia allenato mi ha lasciato sicuramente qualcosa di positivo”.
“Quale principale cambiamento ha notato, lei che è allenatore da relativamente poco tempo, tra la visione che si ha da dentro il campo e quella dalla panchina?”
“La sostanziale differenza è che da calciatore si pensa quasi solamente a giocare con la propria testa, dalla panchina si deve pensare e ragionare per un gruppo intero. Da dentro il campo poi c’è più spensieratezza, da allenatore invece si ha una responsabilità particolare, si guida un gruppo e ci si mette anche la faccia. Inoltre, è ovvio, si ha molta più esperienza che si è racimolata nella carriera dentro il rettangolo di gioco”.
“Lei quest’estate ha affrontato un’esperienza calcistica in Portogallo: un calcio diverso, un Paese diverso, una mentalità diversa. Cosa ha potuto trarre da questa ‘avventura’ e quali sostanziali differenze ha notato tra il calcio italiano e quello portoghese?”
“Io sono stato appunto lì in una società professionistica di quarta divisione, quindi un po’ la nostra vecchia Serie C2. La differenza più evidente sono le strutture e l’organizzazione. Innanzitutto lì ogni club è una polisportiva e quindi non ha solo il calcio, ma anche pallacanestro, pallavolo e quant’altro e poi prima di pensare ad andare nel calcio professionistico pensa ad avere un buon settore giovanile e delle determinate strutture, due basi fondamentali. Ciò caratterizza la mancanza pressoché totale di campi in terra battuta che poi, a mio parere, è quasi un altro sport perché ti forma tecnicamente e muscolarmente in maniera completamente diversa. Per questo lì ho trovato ragazzi che, giocando sempre in campi perfetti o quasi, erano tecnicamente diversi. Però se per esempio si vedono allenatori portoghesi, come Fonseca alla Roma, il calcio che ha portato qui in Italia non è poi così diverso da quello proposto da altri allenatori italiani”.
“A proposito di allenatori: c’è qualcuno degli allenatori professionisti, o anche a livelli minori, a cui lei si ispira?”
“Allora io ho anche avuto la fortuna di essere allenato spesso da allenatori importanti, relativamente alla categoria, ed erano diversi quelli di un tempo perché magari erano più aggressivi quasi ‘terra e sangue’. Oggi gli allenatori si formano e quindi sono forse un po’ più preparati, ma non ho mai avuto un modello perché penso che ogni anno sia diverso da un altro e l’obiettivo finale va cercato in maniera diversa in base al gruppo che uno si ritrova e su cui va a lavorare. Però se c’è qualcuno che, per idea di gioco, mi piace particolarmente è Simeone dell’Atletico Madrid: calcio propositivo ma ben organizzato in fase difensiva. Secondo me, soprattutto in queste categorie, la parte veramente importante è la difesa, perché un gol in un modo anche un po’ fortunato si trova sempre, la parte difficile sta nel non farlo trovare agli avversari”.
“Un’ultima domanda: cosa ne pensa di questa situazione e come pensa andrà a livello calcistico?”
“Sinceramente non voglio sbilanciarmi più di tanto perché quella che stiamo vivendo è una situazione difficile e imprevedibile. Non sappiamo quando ci saranno le condizioni per ripartire, ma penso che per il momento bisogna fidarsi delle istituzioni e aspettare di vedere l’evoluzione di questo nemico invisibile”.
Intervista realizzata telefonicamente da Salvatore Arturia.